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PNL, pecore e camminate sul fuoco
Prima o poi doveva capitare. Ed è successo. Proprio qualche giorno fa nove agenti immobiliari che partecipavano ad un corso di miglioramento aziendale, sono rimasti ustionati nella prova della “passeggiata sul fuoco”.
Ne parliamo in questo blog perché quella della passeggiata sul fuoco è una delle idiozie spettacolari che talvolta vengono utlizzate assieme alla PNL in corsi vari di miglioramneto professionale o personale. Non in corsi PNL veri e propri, ma in corsi che spesso hanno anche a che fare con la PNL.
E’ giusto subito dire che la PNL in sé non prescrive alcuna passeggiata sul fuoco o idiozia simile. E’ invece vero che offre delle tecniche per “replicare” il successo sperimentato in determinati contesti e per “trasferirlo” a contesti differenti e quindi ripeterlo.
Queste tecniche poggiano sia sull’impatto emotivo che il ricordo del successo sperimentato suscita nelle persone assieme alla voglia di riprovarlo, cosa che funziona da fattore motivante, sia sulla riproduzione di determinati schemi comportamentali che si sono dimostrati efficaci e il loro adattamento a situazioni in parte differenti.
La passeggiata sul fuoco, potrebbe di conseguenza essere considerata una situazione stressante e che incute paura, ma che viene poi alla fine affrontata nella maniera giusta. Per i partecipanti potrebbe quindi diventare una situazione in cui si è sperimentato un successo, che poi in futuro si potrà sperimentare nuovamente in situazioni diverse applicando i metodi di “trasferimento” della PNL. Si supera cioè la paura in un dato contesto e si impara a superarla anche in altri contesti.
Ma tornando alla passeggiata sul fuoco e ai poveracci che si sono ustionati, la questione essenziale riguardo alla PNL è che chi cammina sul fuoco generalmente non si accorge di una cosa fondamentale: in quella paseggiata invece di esere un individuo che va verso la libertà è una pecora che bela assieme alle altre.
Ed il motivo è che una messa in scena del genere, come altre buffonate di questo tipo, fonda gran parte della sua riuscita non su una presa di coscienza dei propri schemi cognitivi e comportamentali, del proprio modello insomma, per modificarli coscientemente e raggiungere un obbiettivo, quanto invece sull’onda emotiva collettiva di chi partecipa a corsi di questo tipo.
In molti di questi corsi infatti, un grande pastore (e cioè il motivatore, colui che tiene il corso), passo per passo porta le pecore che vi partecipano a sentirsi sempre più partecipi di un insieme di valori collettivi proposti dal pastore. Questa partecipazione diventa inconsciamente sempre più intensa, soprattutto sotto la spinta dell’eccitazione, del clima di euforia e di attesa, che viene instaurato.
Ed è proprio questa eccitazione collettiva, quasi mistica, assieme alla fiducia che il motivatore sa ispirare ai partecipanti, che poi induce alla camminata sul fuoco, che quindi diventa quasi una prova di appartenenza al gruppo dei partecipanti che credono in determinati valori. E’ il gruppo che da il coraggio, non l’individuo.
E difatti l’unica cosa che davvero serve per camminare sul fuoco, non sono particolari preparativi più o meno colettivi o personali, ma il coraggio. E’ risaputo infatti che le camminate sul fuoco che si fanno in questi corsi, non bruciano solo perché il legno e il carbone hanno una capacità di scambiare il calore molto bassa. Per bruciarsi cioè con del carbone anche caldo, bisogna mantenere il contatto per diverso tempo. Se invece del carbone vi fossero delle pietre, alla stessa temperatura, tutti si ustionrebbero, perché la pietra scambia il calore molto più velocemente.
Ma quanto di tutti questi meccanismi psicologici, i partecipanti sono coscienti, non necessariamente durante, ma almeno dopo la camminata? La coscienza di questi meccanismi dovrebbe infatti essere il presupposto per la comprensione delle proprie credenze e insieme di valori, in modo tale da utilizzarli e riprogrammarli adeguatamente. Quanto questo succede?
Questo passo sembra infatti essere essenziale per un passaggio da una motivazione estrinseca, e cioè il sentirsi appagati per il riconoscimento da parte di un grupo esterno, ad una motivazione intrinseca, in cui l’appagamento viene totalmente (o soprattutto) da sé stessi.
Perché ciò che la PNL promette, non sono metodi più o meno facili per eseguire azioni, magari particolari, ma in definitiva da pecora che segue le altre pecore.
Sono invece strategie efficai di riprogrammazione dell’inconscio (inteso in particolare come comportamenti e sistemi di credenze che agiscono più o meno automaticamente e a nostra insaputa) da parte della parte cosciente, che è quella che è consapevole di bisogni e desideri, o che perlomeno deve diventarlo, e che quindi si pone degli obbiettivi per soddisfarli.
Se la PNL deve essere un ponte verso la libertà, deve essere un ponte verso la libertà per se stessi, e non per delle pecore. Perché le pecore non sono libere.
PNL, paura e cambiamento
Ti è mai successo di voler cambiare, per migliorarti in qualche tua abilità o caratteristica, di prendere la ferma decisione di farlo, ma alla fine di non riuscirci?
Perché non ci sei riuscito? Molto probabilmente ti sei scontrato con uno dei grandi nemici del cambiamento: la paura di cambiare, la paura di non riuscirci, l’assenza di vera motivazione.
Queste sono gli opposti delle tre leve del cambiamento: il coraggio di cambiare, la convinzione di avere le risorse per farlo, la spinta motivazionale, nata dal sapere che agendo per il cambiamento potrai soddisfare certi desideri e certi bisogni che senti come importanti.
Oggi parleremo della seconda leva del cambiamento: la convinzione di avere già le risosorse per attuarlo, e del suo contrario: la paura di non averle. Secondo la PNL, tutti hanno già dentro se stessi le risorse per intraprendere un processo di cambiamento. Quello che occorre sono invece degli stimoli, degli eventi esterni che le attivino.
Un evento esterno può essere qualcosa di tipo differente: dal seguire un corso PNL alla figura di un amico che ti fa da esempio per come agire in determinate situazioni e superare le difficoltà che ti separano dagli obbiettivi desiderati.
Ma la domanda essenziale a questo punto è: come riuscire ad acquisire la convinzione di avere le possibilità per cambiare? Come in altre parole avere fede in se stessi?
E’ una domanda che se avesse un’unica risposta efficace in tutti i casi, risolverebbe il 90% dei problemi dell’uomo. In realtà la fiducia in se stessi, la fede nelle proprie risorse, talvolta e per alcuni non è semplice da ottenere.
Ma c’è una cosa, che se conosciuta e creduta ti darà almeno il 70% delle volte un buon 70% della fiducia che ti serve: il sapere che provare a cambiare e non riuscirci non è un fallimento definitivo.
Quello che infatti spesso blocca i tentativi di cambiamento non è tanto la paura di non avere le risorse per farlo, quanto quella di essere messi di fronte ad un possibile insuccesso. Ed è invece spesso proprio questa paura che blocca le risorse che ti permetterebbero di affrontare il cambiamento. E’ il solito gatto che si morde la coda.
Una cura da questa paura, dalla paura dell’insuccesso, è quella di arrivare a capire che un insuccesso, non cambierà realmente quello che sei. Un insuccesso è solo, nella grande maggioranza dei casi, una tappa verso il successo. E’ una tappa se riuscirai ad imparare da esso “cosa non fare”, come “non comportarti”, per riuscire a raggiungere i tuoi obbiettivi.
In realtà, chi ha una estrema paura degli insuccessi è qualcuno che ha un ego così debole che teme che il minimo soffio di vento lo possa buttare giù. Chi non accetta gli insuccessi è un debole. Un bambino che vuole vincere sempre.
Se infatti, come hanno fatto gli stessi fondatori della PNL, Bandler e Grinder, si guarda alla vita delle persone di successo, di coloro che sono riusciti ad eccellere nei più diversi campi, si vedrà che in molti casi i loro successi sono stati preceduti da molti insuccessi.
In che modo queste persone sono poi riuscite a vincere? Hanno vinto perché non hanno considerato gli insuccessi come delle barriere definitive sulla strada verso i loro obbiettivi. Hanno “registrato l’insucesso”, hanno imparato qualcosa e poi “lo hanno dimenticato”. Non nel senso di non ricordarsenene davvero più ma nel senso di non permettergli di diventare un blocco emotivo sulla strada del successo finale.
Chi ha paura di non avere le risorse necessarie per cambiare, spesso ha quindi paura della propria debolezza. Non vuole credere di avere le risorse perché il crederci potrebbe esporlo ad un possibile insuccesso.
Chi crede in se stesso, sa già invece che l’insucesso è possibile, ma sa anche che un insuccesso passato è come una cicatrice sul corpo di un guerriero: c’é ma non fa più male, è anzi segno di coraggio, il coraggio di chi non ha avuto “tutto subito”, ma ha conquistato i propri successi e la propria libertà. Ed è in questo che è cambiato davvero.